L'antico Rito di Commaratico
Scritto da Michela   
Martedì 26 Giugno 2012 14:56
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L'ANTICO RITO DI COMMARATICO
 
Quest'anno il 21 giugno, pochi giorni fa, ho officiato un matrimonio a Lamezia Terme, un posto incantevole, ho visitato le Terme di Caronte, bagnato i piedi nel mare Tirreno e presentato mio figlio alla mia terra.
 
Sono stata tra persone uniche e speciali. Durante il soggiorno ho avuto modo di incontrare una persona che mi ha ricordato di un'antica usanza del sud italia: il Comparatico.
 
Bellissimo uso, tra donne e uomini d'onore, che si univano in un'antico rito sotto ben spiegato.
 
Ricordo che Nonna Malva, anche se solo passava davanti alla casa della sua Commare per rispetto Sacro, Magico, salutava lo Spirito della casa....
 
si usava dire siamo commare o di Pupo o di fiori... entrambe usanze molto significative 
 
 
 
 
 
Comparatico è un termine di origine siciliana che indica il rapporto intercorrente fra i due compari o le due commari (commaratico).
Il comparatico si può stringere in tre modi:
 
 
facendo da testimoni alle nozze (cumpari o cummari d'aneddu = di anello);
tenendo a battesimo un figlio dell'amico/a (cumpari i cuoppula ossia "di berrettino del neonato" o di San Giuvanni per il patronato sui battezzati di quest'ultimo);
stringendo comparatico o commaratico nella notte del 24 giugno. I modi per stringere questo tipo di comparatico sono vari: sulle Madonie è uso scambiarsi un garofano rosso e mangiare insieme dopo aver recitato alcune formule per il comparatico; nel messinese la cerimonia avviene attraverso lo scambio di un confetto; in altri posti è uso bere un sorso d'acqua salata o intrecciare i capelli dei compari.
I primi due modi sono misti, ossia un uomo può divenire compare di una donna e viceversa, mentre il terzo viene solitamente usato per il comparatico di due soggetti dello stesso sesso.
Il più forte fra i vari comparatici è quello di San Giovanni, in cui si affida la propria amicizia al Santo. Perché si decida di diventare compari o commari presupposto essenziale è uno stretto legame d'amicizia e una profonda fiducia.
In occasione della festa di San Giovanni (24 giugno) è d'uso in alcuni luoghi consegnare un regalo al compare o alla comare.
Il comparatico è un legame diffuso in buona parte dell'Italia meridionale: ad esempio in Campania esistono le figure di cumpare e cummara con dinamiche di rapporto sostanzialmente simili.Una leggenda all'origine del comparatico di San Giovanni
Secono una leggenda San Giovanni era inflessibile con i traditori degli amici. Da questo deriva l'usanza di stabilire legami di comparatico proprio nel giorno dedicato al Santo.



A commare, a commare,
nen ze diceme male,
e se male se diceme
ajju 'nferno se ne jeme
ajju 'nferno co la mala ggente
chi ci va poi se ne pente


Per San Giovanni in molti contesti culturali si è soliti stabilire legami di comparatico, che si configurano come dei rapporti di amicizia basati sulla fiducia reciproca. In sostanza si tratta di sistemi di alleanza che mettono in gioco legami che vanno oltre la parentela di sangue e che stabiliscono relazioni tra persone al di là della semplice naturalità. Si tratta di sistemi di alleanza che sono volti ad una migliore organizzazione sociale, che offra ulteriori opportunità in merito alla solidarietà all’interno di un gruppo.

Ma perchè proprio San Giovanni viene chiamato a tutelare e a sancire i legami di comparatico? Il tutto si basa su ciò che dice una leggenda, secondo la quale il Santo si mostrava particolarmente inflessibile nei confronti di coloro che tradivano la fiducia degli amici. Un esempio di come questa leggenda sia entrata a far parte intrinsecamente della tradizione è rappresentato da un proverbio toscano che dice : “San Giovanni non vuole inganni”.

La rugiada di San Giovanni e gli intrecci archetipici
La rugiada della notte di San Giovanni è ritenuta dotata di poteri particolari. Vari sono i riti che la utilizzano per evitare la calvizie e per favorire la fertilità. Interessante la correlazione archetipica fra capelli e forza vitale.


Molto interessante è la credenza legata alla rugiada che si forma nella notte di San Giovanni. Si ritiene infatti che questa rugiada possieda dei poteri particolari, in grado di agire sugli uomini e determinando degli effetti che sfuggono al contesto razionale e fenomenico. Nello specifico è diffusa la credenza in vari luoghi che la rugiada della notte di San Giovanni riesca a preservare dalla calvizie. A questo proposito sono da ricordare diversi riti.

Fra questi possiamo citare quello che in passato veniva messo in atto a Chiaramonte Gulfi in Sicilia. Gli uomini e le donne erano soliti immergere per tre volte la testa in determinate fontane per scongiurare il pericolo della caduta dei capelli o per rimediare a questo problema.

Credenze simili sono attestate anche a Venezia e a Roma. In epoche passate a Roma le giovani spose che desideravano avere molti figli si sedevano sull’erba umida di rugiada per favorire la fertilità. Si veniva in sostanza a determinare una sorta di correlazione tra rugiada e fecondità, alludendo alla rugiada stessa come elemento fecondatore della terra.

Apparentemente la calvizie non sembra avere nulla in comune con il concetto di fertilità. Ma spesso la mente dell’uomo, nei suoi risvolti collettivi inconsci, instaura dei legami profondi tra gli elementi della realtà, che possono essere spiegati sulla base di analogie, che non hanno niente di logico. I capelli sono da sempre legati al concetto di vita, di forza, di prosperità, di impulso vivificatore.

La cultura umana rielabora credenze che si fanno strada fra superstizioni e simboli archetipici e crea rituali, i cui significati sembrano immotivati, ma invece sono spiegabili andando a fondo nelle costruzioni culturali degli uomini.ito e rito: analogie di due prodotti culturali
Mito e rito sono due elementi che spesso ritroviamo nella cultura di vari popoli e che, anche se apparentemente non sembrano avere niente in comune, in realtà si caratterizzano per il fatto di essere due[...]


Mito e rito sono due elementi che spesso ritroviamo nella cultura di vari popoli e che, anche se apparentemente non sembrano avere niente in comune, in realtà si caratterizzano per il fatto di essere due prodotti culturali che presentano delle analogie, sia il mito che il rito sono elementi fondanti della realtà, che tendono a spiegare aspetti del reale in modo continuo, attraverso la riproposizione di racconti o di formule che si ripetono.

Entrambi coinvolgono la collettività, nel senso che sono rivolti ad un’itera comunità che diventa protagonista di episodi ed azioni che la riguardano da vicino. Inoltre non bisogna dimenticare che sia il mito che il rito propongono alla riflessione una dimensione che per molti versi è al di fuori del tempo.

Quella del mito sembrerebbe essere rivolta maggiormente al passato remoto, ma in realtà si tratta di un passato attualizzato, che colloca il flusso degli eventi in un corso continuo del tempo che viene presentato come esempio che vale anche nel presente e al di là di ogni limite di carattere temporale. Mito e rito sono in sostanza molto più vicini di quanto possiamo immaginare. Ecco perché si possono situare nello stesso asse culturale, in quanto prodotti culturali collettivi e il cui significato è atemporale.


Vittorio Lanternari analizza i riti descritti dal Lamarmora ed osserva che la bambolina femminile o la figurina muliebre fatta con farina impastata veniva adoperata come elemento significativo nel grande complesso festivo di San Giovanni, ed era collocata precisamente sopra l'erma, un vasetto di terra entro cui si facevano crescere per l'occasione piantine di frumento seminato pochi giorni avanti alla festa.
 
Una ragazza allestiva e alimentava il vasetto e lo custodiva insieme con la pupattola. La ragazza attendeva in questo modo di celebrare, nella festa imminente, il suo "comparatico" ossia quella particolare forma di unione sacra e solenne fra un giovine e una giovinetta, che resta come una delle vestigia arcaiche e pagane sia pure cristianamente riplasmate della tradizione così clamorosamente pagana, di san Giovanni.
Il comparatico di San Giovanni attraverso le trasformazioni subite per opera del cristianesimo, appare originariamente un simbolico sacro rito nuziale, una ierogamia simbolica consumata sui campi. Ora, il destino delle piante (il grano) e della donna sono identificati in modo simbolico e significante, in virtù del rito dell'erma di Ozieri. La pupattola è il probabile resto di un'antica divinità pronuba e tellurica, protettrice del destino muliebre e dei campi. Il Lamarmora afferma che l'autorità ecclesiastica proibì l'uso del simulacro muliebre e della pupattola di farina.
Lanternari precisa che tra comare e compare c'era il divieto assoluto di sposarsi e di intrattenere rapporti meno che casti. Giuseppe Pitré nel suo libro "Usi e costumi" riferisce che la Costit. Sinod.(sic) di Monreale sanzionava con quattro anni di carcere chi trasgrediva tale regola. Pare infatti che il vincolo sacro del comparatico fosse frequentemente violato.
 
Secondo Lanternari la festa di San Giovanni incarna due temi fondamentali: morte-rinascita e fecondità-fertilità.
La presenza di idoletti femminili nelle tombe richiama il tema della morte-rinascita.
Il sughero ricavato da un albero assai diffuso in Sardegna richiama l'idea della rinascita in quanto periodicamente viene tagliato e ricresce.

In conclusione si comprende da questi riti che la sessualità umana era vista come compenetrata con la fertilità delle piante e degli animali, elementi fondamentali per popoli di agricoltori e allevatori. Quindi il lasciarsi andare a pratiche sessuali orgiastiche non era un fatto di immoralità, ma era finalizzato al benessere della comunità. La chiesa chiaramente non ne condivideva le finalità e le riprovava ma era molto difficile sradicare le convinzioni delle popolazioni rurali. 
Dall'abbondanza del prodotto dipendeva l'esistenza stessa della comunità e le cerimonie erano fondamentali. Non si potevano assolutamente abbandonare, pena la carestia e la fame.



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Nella storia non c’è mai stata una “famiglia” uguale a sé stessa, ma diversi modi di concepirla e la parentela liberamente acquisita con il grado di “compari a fiori” in Abruzzo e Molise, usanza scomparsa poco dopo la guerra, ne è l’ennesima conferma.

Nella tradizione ci si sceglieva per simpatia, profonda amicizia o per suggellare un affetto ricambiato.

Cummàre mia cummàre ’n’ce dicéme mai male che, se male ce dicéme, a le ’mbèrne ce ne jiéme!
 

“Comare mia comare (compare, nel caso fosse maschio),  non parliamo mai male l’uno dell’altro che, se male parliamo, all’inferno ce ne andiamo”, era una formula recitata alla promessa di farsi compari.

Il rito era simboleggiato da “Lu ramajiétte” un mazzolino di fiori che veniva offerto, dopo accordo preventivo, il giorno di San Giovanni e ricambiato, in genere, aggiungendo una spilla, una bottiglietta di profumo, un centrino, un fazzoletto ricamato, un paio di calze, una maglietta, il giorno di San Pietro.

Le piante usate erano quelle spontanee: fiore di sambuco, rosa selvatica, spiga di lavanda, avvolte in foglie di felci e, spesso, insieme ad un santino; il mazzetto veniva ornato con carta e spedito per mezzo d’un fratello – sorella più piccolo o amico. Quando il latore si presentava alla casa del promesso(a) diceva:

Chèste è lu ramajiétte che tt’ha mannàte… nominando l’interessato.
 

L’usanza era seguita soprattutto da ragazzini dai dieci ai quindici anni, per lo più femmine, ma riguardava anche adulti o anziani ed era praticata in campagna e nei paesi; meno nei capoluoghi. Spesso ci si conosceva nello “Scàgne – aijùte”, aiuto reciproco, in occasione di lavori agricoli come mietitura, sarchiatura, etc. oppure durante i pellegrinaggi e s’aveva, normalmente, diversi compari a fiori, talvolta anche nello stesso anno, che, nel corso del tempo, potevano assommare a decine.

S. Giovanni, consacrando i mutui affetti, li purifica, li esalta, ne fa delle parentele spirituali. Nella mente del popolo, quello del S.Giovanni è il comparatico per eccellenza, ond’è che, nel nostro uso, S.Giovanni è sinonimo di compare e di comparatico; e la violazione di siffatto legame, santo non men di quello stabilito coi sacramenti del battesimo, della cresima e del matrimonio, è ritenuta più che mai sacrilega e meritevole di terribili castighi.
Da Credenze, usi e costumi abruzzesi di Gennaro Finamore

Cummàre e ccumbàre, / Nghe Ssan Giuvanne care, / La féda che tt’attocche / Nne’ la huastà’, ca vjie a la morte. / Catenella, catenelle, / Nne’ la huastà ca vjie a le ’mbèrne..* (Palena – Ch).
*Comare e compare, / con S..Giovanni caro, / la fede che ti tocca / non guastarla, che andrai a morire. / Catenella, catenella, / non romperla che andrai all’inferno.
San Giovanni cade quasi in coincidenza con il solstizio d’estate: quando la vegetazione è nel massimo rigoglio; entro una società che traeva dall’agricoltura l’intera ragione di vita. Da qui, tutta una serie di antichissimi riti propiziatori per divinità pagane sostituite, dopo lunghe resistenze e commistioni, da santi e madonne del pantheon cattolico; tra cui San Giovanni.

Il 24 giugno era dunque un giorno legato al culto del sole e, attorno a questa ricorrenza, la cultura popolare aveva creato tutto un mondo di credenze magiche, incantesimi ed evocazioni fantastiche: falò, fiaccolate, prodigi e responsi, riti di purificazione e legami di comparatico, sortilegi di streghe, raccolta di erbe magiche (es. iperico o erba di San Giovanni); tanto che Shakespeare attinse a questo diffuso patrimonio nel dramma: “Sogno di una notte di mezz’estate”.

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Ultimo aggiornamento Venerdì 06 Luglio 2012 12:42